sabato 11 dicembre 2021

ESTRATTI DA LEROI JONES "SEMPRE PIU' NERO" - quello che stiamo vivendo adesso non è nuovo perché tutte le discriminazioni sono uguali

 "Se tutta la nostra vita si svolge sotto l'insegna della menzogna, diventa difficile vedere qualunque cosa qualora non abbia niente a che fare con la menzogna. Qualora, per esempio, sia vera o, per meglio dire, onesta. L'idea che le cose vere o oneste continuino a esistere non ci passa neppure per la mente. Se esistono nel migliore dei casi, appaiono come mostruose falsità. Menzogne più grosse delle nostre. Peccato. Vi sono talune cose, taluni elementi nel mondo, che continuano a esistere, in qualsiasi epoca, completamente affrancati dalla nostra delusione." (pag.11)

"Ora c'è una guerra in corso negli Stati Uniti. Chi non capisce come ciò sia possibile è, per sua fortuna o sfortuna, più ingenuo di quanto sia lecito in questo secolo.
Recentemente, in questa guerra, quattro bambini afroamericani furono massacrati mentre imparavano a pregare. Il capo della NAACP di Jackson, nel Mississipi [...], fu assassinato davanti a casa sua.
I cani della polizia, gli idranti gli sfollagente furono usati contro i neri, per rendere ancor più dura una facile e brutale repressione sociale. Tutti questi sistemi terroristici, in definitiva, mirano allo stesso scopo: indurre i ragazzi negri e le incerte maestre di scuola ad ammettere le stesse menzogne che un tempo di estorcevano con gli strumenti di tortura e coi patiboli dell'Inquisizione: che cioè c'è qualcosa di diverso dalla realtà. Quando un nero è sotto un getto d'acqua o viene scagliato contro un edificio da un bruto insensibile, tollera quella menzogna come tollera la menzogna della propria inferiorità. L'inferiorità del supplice. La facilità dei deboli a ripetersi. A non essere altro che deboli, a non essere più intelligenti dei loro aguzzini. Eppure, ad onta di questo, e a dispetto di tanta brutalità, taluni elementi in America, pretendono che i neri" continuino a subire. (pag. 113)

venerdì 12 novembre 2021

Guarire, allevare, il bambino interiore.

Ho fatto ieri notte un sogno che parlava proprio di questo: una bambina abbandonata di cui mi occupavo per un po'. Certe esperienze, che riattivano certe ferite, servono per vedersi meglio e capire cos'è successo all'epoca, se si riesce a riviverlo con altri occhi.

sabato 6 novembre 2021

Ogni volta che menti neghi a te stesso la possibilità di diventare migliore.

Ogni volta che tu menti tu dici a te stesso:


“Io non merito di essere amato, mi faccio schifo e quindi fingo di essere un’altra persona. 

Io non mi merito niente di buono, per avere quello che desidero devo fingere, ingannare, manipolare gli altri perché mi diano quello che altrimenti mi negherebbero.”


Ogni volta che menti a te stesso tu ribadisci la tua totale mancanza di fede nella vita e nel fatto che valga la pena di impegnarsi.


Ogni volta che menti dimostri di non credere che siamo qui per imparare qualcosa, per crescere, per migliorare, per aumentare le nostre capacità e il nostro coraggio.


Ogni volta che menti rubi a qualcuno il diritto di scegliere e di sapere la verità.


Ogni volta che menti neghi a te stesso la possibilità di diventare migliore:


“Faccio schifo e non posso migliorare, quindi mento”.


Ogni volta che menti è come se bevessi e ti drogassi.


Ogni ubriacone e drogato diventa una persona peggiore ogni volta che beve o si droga… e quindi insiste.


Tu non sai mentire, ti viene male come poche altre cose al mondo. 


Non sai curare i dettagli, non VUOI curare i dettagli, i dettagli ti danno noia, sono da sfigati…

Ma è sempre coi dettagli che ti tradisci.


Ma ti viene male anche perché godi nel lasciar capire che stai mentendo e che non hai nessun rispetto per chi ti sta di fronte!


Ogni volta che menti ti condanni a una vita di fatica inutile e di figure squallide e merdose.


Ogni volta che menti manchi di rispetto a te stesso e, soprattutto, alla tua anima.


Ma è come scavare dentro una ferita che piano piano diventa una cancrena: non sai smettere.


Farebbe meno male metterci del sale, tanto dolore per un po’ e poi la guarigione.


Invece sei arrivato alla cancrena e la putrescente menzogna è il tuo puzzolente rifugio.

Ti viene da ridere, come succede a un ubriacone.

Ma non vuoi smettere e quindi dici che vuoi cambiare!


Vuoi solo ricominciare tutto daccapo con le stesse bugie, ancora più squallide, ancora più oscene, ancora più feroci!


Ogni volta che menti, ti strappi un pezzo di cuore dal petto…


                                                                                              e lo lanci in pasto ai vermi.

domenica 29 agosto 2021

Per un lieto final...

Qualche sera fa ho visto un film su un serial killer americano, Ted Bundy. Era fatto molto bene, fedele nei dettagli, anche le foto venivan riprodotte fedelmente e la narrazione lasciava il dubbio, fin quasi verso la fine, se fosse realmente colpevole o no. 
Chiaramente chi conosce la storia vera sa già, ma io non lo conoscevo e quindi l’ho potuto vivere come fosse una storia che succedeva in quel momento. Ted pareva in tutto una persona normale, in gamba, la storia con la sua fidanzata era cominciata in maniera veramente romantica e lui pareva quasi perfetto… fin quando non viene fuori la faccenda degli omicidi e viene beccato la prima volta. 
All’inizio lei gli crede, si tratta di uno sbaglio, lo vogliono incastrare… ma lui perde un processo dietro l’altro e prova ad evadere diverse volte e ogni volta che riesce a scappare semina vittime: donne ammazzate a sprangate e poi violentate. In altri casi donne decapitate, etc... 
Pare che Ted – questo il film non lo racconta – fosse incazzato nero perché la madre, rimasta incinta giovanissima, aveva preferito lasciarlo crescere convinto che i suoi nonni materni fossero i suoi veri genitori e lei, quindi, la sorella. Il nonno era uno squilibrato violento. La nonna, depressa e un po’ masochista. Ad un certo punto la madre lo aveva portato via con sé, perché aveva trovato un nuovo compagno. Nel frattempo per caso lui trova un certificato di nascita in cui scopre che quella che credeva fosse la sorella era in realtà sua madre. Deve aver provato un senso profondo di tradimento e una rabbia infinita per le scene viste a casa tra quelli che credeva essere i suoi genitori. 
Deve aver sentito un tuffo al cuore e poi si sarà chiesto: “E mi hai sbolognato a quei due, pur sapendo che razza di genitori erano? Perche non mi hai protetto?! E non mi hai nemmeno mai detto la verità! Mi hai messo al mondo... e poi hai pensato solo a spassartela! Hai continuato a fare la ragazzina! La sera uscivi e mi lasciavi con quei due stronzi!”… etc… (Questa cosa nelle interviste non l'ammetterà mai, nemmeno poco prima della morte. Evidentemente non voleva dare la soddisfazione di farsi incasellare nello stereotipo e probabilmente lo divertiva terrorizzare la gente facendo credere di essere cresciuto in una famiglia del tutto normale. L'unica cosa a cui attribuiva la responsabilità, con un vero colpo di genio diabolico, erano i giornaletti porno trovati nei cassonetti. Così l'americano medio poteva additare certe stampe inappropriate come la causa di tutti i mali e nello stesso tempo provare il terrore di essere circondato da persone apparentemente normali in grado di trasformarsi in mostri efferati).

Incontrando la sua fidanzata era rimasto colpito dalla sua insicurezza, dal fatto che temesse di essere rifiutata solo perché ragazza madre e dalla sincerità, nel rivelargli subito che era madre. Quella ragazza aveva scelto di tenere con sé la sua bambina e di occuparsene. Probabilmente per questo se n’era innamorato e aveva deciso di diventare il suo compagno perfetto. E lo era stato, per un po’. 
Solo che nello stesso tempo c’era anche il ragazzino cresciuto male e pieno di rabbia che ammazzava le ragazze con violenza, ne sfregiava, abusava, mordeva e mutilava i cadaveri. Una perfetta scissione a metà. 
 Lei inoltre era finita tra le sue braccia perché incoraggiata da un’amica, era convinta di essere invisibile, ma lui, Ted, come le aveva fatto notare l’amica, non faceva che fissarla. Lui aveva messo il piede sull’acceleratore per il primo approccio, ma poi aveva solo dormito assieme a lei, la prima notte. La mattina si era svegliato, si era messo a giocare con sua figlia preparando la colazione per tutti. 
 È impressionante, no? 
Pensare che anche nel cuore di un assassino fortemente disturbato ci possano essere sentimenti di tenerezza. 
Nelle foto dei due assieme è evidente il sentimento di tenerezza con cui la guarda. 
Però… però purtroppo questo sentimento non gli è servito a guarire e lasciarsi alle spalle il passato. 
 Perché, quando non riusciamo a vivere pienamente nel presente e vedere la situazione reale che ci circonda, le persone con cui siamo in relazione nel presente per quello che sono, succede così: il passato prende le decisioni al nostro posto. 
Tutto è cominciato male e quindi deve andare avanti peggio! Non è possibile processare, e condannare dentro di noi, le azioni di chi si è reso reo di averci delusi e deprivati, per poi archiviare la causa, prenderne le distanze e andare avanti, voltare pagina e fare la nostra vita, liberi da condizionamenti.
 No. 
Si resta incatenati lì. 
Si recita un copione marcio e incancrenito che diventa sempre più ritrito, sofferente e scarnificato. Sempre più scontato e prevedibile, ripetitivo fino alla nausea, ma impossibile da cambiare. Pure quando ci si illude di essere pronti a fare diversamente. 
Finché il passato non viene processato e non vengono attribuite ad ognuno le proprie responsabilità, non si va da nessuna parte. 
 Siccome quello dell’anima è un tribunale giusto e misericordioso, non c’è alcuna necessità di comminare pene cruente o crudeli. 
Però il male va riconosciuto e condannato: altrimenti verrà ripetuto, spesso in una forma anche più perversa o per lo meno insensata, ritorta e inarrestabile. 
Senza un giusto processo, non può esserci una giusta amnistia. 
Senza un giusto processo, i torti subiti diventano in qualche modo meritati e quindi vengono ripetuti a danni di altri. 
Senza un giusto processo, le responsabilità non possono essere distribuite nel giusto modo e chi ha subito un torto non potrà mai essere libero di lasciarselo alle spalle. 
Ted era un discreto istrione, dalla personalità carismatica, a tratti sbruffone, stravagante, sopra le righe, teatrale, e riusciva a ottenere cose che altri non riuscivano ad ottenere e alla fine guadagnò anche una strana forma di benevolenza da parte del giudice che lo condannò alla pena capitale per i numerosi omicidi commessi, 30 accertati e forse altri 36. 
Le parole del giudice dopo aver pronunciato la sentenza furono: 

 “Si prenda cura di se stesso, figliolo. Glielo dico sul serio, si prenda cura di se stesso. È una tragedia per questa corte vedere un tale totale spreco di umanità come quello che ho visto in questo tribunale. Lei è un uomo giovane e brillante, avrebbe potuto essere un buon avvocato. Avrei voluto vederla in azione, ma lei si è presentato dalla parte sbagliata. Si prenda cura di lei. Non ho nessun malanimo contro di lei. Voglio solo che lo sappia. Si prenda cura di se stesso”. 

 Gli sarebbe bastato fare un giusto processo, dentro di sé. Non agire gli impulsi feroci, ma sublimarli, e lasciarsi il passato alle spalle godendosi quel che di buono la vita gli aveva dato. Magari è più facile a dirsi che a farsi, ma è questo che fa la differenza tra un lieto fine e un finale tragico.


martedì 30 marzo 2021

Ricetta del "quando mi va": pasta spaziale alle verdure e panna veg :)

Ricetta nata per caso con quello che c'era in casa, facile facile: 

· olio extravergine d'oliva
· scalogno o cipolla per il soffritto 
· carote tagliate a rondelle 
· zucchine tagliate a dadini 
· spinaci 
· curcuma e pepe 
· pasta integrale 
· panna di riso

 In padellina mettete lo scalogno con un po' d'olio, le rondelle di carote, le zucchine dadini, spolverate di curcuma e verso fine cottura aggiungete un po' di spinaci tagliati a striscie grossolane (cottura 15-20 minuti circa) Fate cuocere, ovviamente la pasta - molto consigliata la pasta integrale, che oltre che buona è pure molto più sana - e quando è cotta unitela alle verdure e alla panna di riso. 
Piatto psichedelico (*.*) ...




 

giovedì 21 gennaio 2021

Senso di colpa, comfort zone e coazione a ripetere.

Il senso di colpa, molto spesso, è una sorta di delirio di onnipotenza. Ci si sente in colpa per cose che sono al di fuori dalla propria portata. Cose che non avevamo nessun potere di cambiare ed evitare: la morte di una persona cara, di un amico, di un animaletto ammalato e anziano. Oppure per cose che non dipendono da noi, come le azioni e le reazioni degli altri. Ognuno sceglie per sé. Ma questo sentimento angusto, il senso di colpa, dipende in gran parte dall'incapacità di accettare le cose che non ci piacciono. Spesso le cose vanno in una maniera che non ci garba e non ci possiamo fare niente e abbiamo bisogno di un colpevole. C'è inoltre un aspetto di pensiero infantile: i bambini, per esempio, si sentono in colpa quando i genitori si separano o, peggio, quando i genitori li trattano male o non li sanno amare. Pensano che dipenda da loro, da come sono fatti, da quello che si meritano. Non dai limiti degli adulti (che spesso tanto adulti non sono). Le persone sbagliano, è inutile incistarcisi. Ma negarne l'errore non è il modo giusto di rimettere in pari i conti. Perché per farlo, ci si addossa la colpa. E ricreare percorsi simili a quelli vissuti con queste persone, sperando e cercando di far andare le cose diversamente, serve solo a costruire un piccolo inferno personale. Andare altrove, in altri luoghi della mente, in altri modi di interagire è l'unica via di salvezza. Solo che spesso non ci riusciamo perché non riusciamo a fare a meno di restare nella “comfort zone”. Ma cosa ha di confortevole questa zona? Solo il fatto che non presenta sorprese. O meglio, in realtà riusciamo a sorprenderci del fatto che facendo le stesse cose, otteniamo sempre gli stessi risultati, ma è una finta con noi stessi. Alla fin fine vogliamo non rischiare di vivere qualcosa di diverso. Ma il vero comfort sta da un'altra parte. Il comfort è stare bene con se stessi, con gli altri, scoprire cose nuove, potersi esprimere, creare o costruire qualcosa – attività, dipinti, racconti, musica, case, mobili, alleanze, lavori, vicinanze, spazi di concentrazione e meditazione, spazi di condivisione. E quando sei libero queste cose non sono dei rifugi: sono dei luoghi di espressione, ascolto, interazione e di vita. L'incertezza può essere massacrante, quindi, molti, trovano confortante rifare sempre le stesse cose, per quanto grigie e logore possano essere. Ma se vuoi i colori, stanno da un'altra parte: basta concedersi qualche rischio, qualche variazione, qualche novità. La comfort zone in realtà è una zona angusta e a volte estremamente spiacevole e dolorosa. Anche la comfort zone implica una non accettazione. Non si accetta che le cose possano cambiare e possano essere diverse da come ce le aspettiamo – sia le cose positive, che, molto spesso, quelle negative. Perché molti patiti della comfort zone, anche se non se ne vogliono rendere conto, si aspettano solo cose negative, non evolutive, non costruttive. Non buone e non nutrienti. Che ci piaccia o no, le cose cambiano. Che ci piaccia o no, cresciamo (fisicamente) e poi invecchiamo. E se ci rifiutiamo di cambiare anche noi, dentro, ne paghiamo il prezzo. Dall'altro lato della scena, abbiamo la mancanza di responsabilità, che per certi versi è il contrario del senso di colpa, ma probabilmente nasce da un senso di colpa ancora più enorme, talmente grande e insostenibile (talmente simile al sentirsi totalmente sbagliati, tanto da non meritarsi nulla, neanche di esistere) e talmente straziante da portare le persone a negare, al contrario qualsiasi responsabilità. E come se non accettassimo la nostra parte nel determinare e influenzare il presente e il futuro. Cioè il piccolo potere che tutti noi, invece, abbiamo. È come essere vittime di una sorta di ipnosi interiorizzata. Come se qualcuno ti avesse detto: “Io non mi prenderò cura di te, come e quanto ne avresti bisogno. E nessun altro deve farlo.” E si obbedisce a questo ordine ipnotico (la comunicazione in famiglia è ipnotica – come scriveva Laing) e lo eseguiamo attraverso le azioni dettate dai sensi di colpa, dal vincolo alla comfort zone e dal non prenderci responsabilità. Bisogna prendere per mano, abbracciare, prendere in braccio le nostre parti piccole (il nostro bambino interiore) per ascoltarle, confortarle e cullarle. Questo crea una sensazione di benessere e di potere molto profondo, dolce e caldo. Alla fin fine il vero scopo della vita è la crescita, umana e spirituale. E se non ti hanno aiutato a farlo i tuoi genitori... lo devi fare tu. Crescere è trovare la forza di cambiare ciò che possiamo cambiare e accettare quello che non possiamo cambiare, apprendendo la saggezza necessaria per cogliere la differenza. Noi possiamo cambiare noi stessi e non quello che sta attorno, se non dando l'esempio – chi vuole lo coglierà, chi non vuole continuerà a ripetere gli stessi percorsi e gli stessi errori, perché sta a lui scegliere. Crescere è diventare liberi di non ripetere uno schema, uscire da una coazione di interazioni e da un certo modo di sentire, rassicurante perché conosciuto, ma angusto per gli effetti che ha: ti lascia sempre nello stesso angoletto esistenziale. L'angolo può apparire più o meno ampio. Ma un angoletto è sempre un angoletto, mentre là fuori c'è tutto un mondo di cui tu ti privi, fino a quando scegli l'angoletto, come fosse l'unica possibilità. Un momento di restrizioni come questo, apparentemente, non sembra d'aiuto per uscire dagli angoletti. Però non si sa mai, le cose a volte vanno in maniera imprevedibile e a volte vanno molto meglio di quel che ci si aspetterebbe.